Storia della computazione
Il termine "computer" deriva dal verbo latino computare, che significa “fare di conto”.
Fu coniato nel 1937 dal fisico statunitense di origine bulgara John Vincent Atanasoff, convenzionalmente riconosciuto come il "padre" del computer per aver sviluppato il primo calcolatore elettronico digitale a base binaria.
Anche se ci sono prove di strumenti di calcolo risalenti a 21 secoli fa, la moderna computazione trova la sua nascita nel 1642, anno nel quale il filosofo francese Blaise Pascal costruì la prima calcolatrice meccanica che eseguiva le quattro operazioni elementari con riporto su ben otto cifre, la celebre Pascalina.
Pochi anni dopo il filosofo e matematico tedesco Gottfried Wilhelm von Leibniz ideò una calcolatrice a ruote dentate in grado di eseguire operazioni più complesse fondata su una moderna interpretazione del sistema di numerazione binario.
Si trattava di esemplari unici, di prototipi. Queste macchine dimostravano in linea teorica la capacità di effettuare calcoli senza l'ausilio della mente umana.
Così inizia quel percorso scientifico che porterà alla nascita e allo sviluppo di quella che chiamiamo usualmente “informatica”, cioé la disciplina che si occupa dell'elaborazione automatica dei dati, del trattamento e della rappresentazione delle informazioni.
Il termine "informatica" viene formulato per la prima volta nel 1962 dall'ingegnere francese Philippe Dreyfus, contraendo le parole “information” e “automatique”.
La prima macchina per cui poteva essere usato il termine computer, seppure in modo assai improprio, è il Differential analyzer progettata nel 1925 da alcuni docenti del Massachusetts Institute of Technology (MIT).
Un calcolatore meccanico ad uso pratico in grado di risolvere automaticamente equazioni differenziali contenenti fino a 18 variabili indipendenti. Era costituito da valvole termoioniche e da parti elettromeccaniche a relé.
Questi anni vedono l'introduzione di massa delle schede perforate che rappresenteranno l'unico primitivo standard per i supporti input. Sul successo ottenuto nell'analisi dei dati di un censimento statunitense,
Herman Hollerith fondò nel 1896 la Tabulating Machine Company che nel 1924 venne fusa con altre società e divenne International Business Machines o IBM. Allora la potenza dei calcolatori veniva misurata in schede perforate elaborate in un minuto e IBM trasse numerosi vantaggi dai brevetti e dal know-how posseduti in questo campo applicativo.
Tristemente noto è il caso della collaborazione fra IBM e il Terzo Reich, in cui l'impresa americana, tramite la filiale tedesca Dehomag, avrebbe supportato, con la propria esperienza in campo di censimenti, le deportazioni e il funzionamento dei campi di concentramento e sterminio nazisti. Il brevetto IBM delle schede perforate Hollerich permetteva l'elaborazione di un numero allora enorme di dati selezionabili per singole voci o per voci correlate.
E. Black, IBM e l'Olocausto, Rizzoli, 2001 - ISBN 9788817867221
Nel 1936 il docente di matematica tedesco Konrad Zuse realizzò a casa dei genitori la prima macchina a relé sperimentale per l'elaborazione dei dati controllata da un programma a nastro perforato, utilizzando una pellicola cinematografica. Denominato Z1 venne subito perfezionato e sostituito dallo Z3. Fù il primo ad usare il sistema numerico binario, inventato nel 1100 a.C. in Cina e sviluppato in forma oderna da Leibniz tre secoli prima, diventerà in seguito lo standard espressivo di base di ogni elaboratore.
Zuse assume un matematico per programmarlo, Arnold Fast, che vive nell'istituto per ciechi di Berlino. Deluso per non poter essere utile nella guerra in corso per via della sua cecità, Fast si dedica con passione al nuovo incarico aiutando Zuse nello sviluppo dello Z4. Arnold Fast è considerato il primo programmatore professionista della storia.
Anni '30 e '40. Lo sviluppo bellico.
Sempre nel 1936 il matematico inglese di origine ungherese Alan Mathison Turing presentò un innovativo studio su una macchina calcolatrice astratta per la soluzione dei problemi matematici fondata su una netta separazione tra memoria, unità di calcolo e controllo, successivamente perfezionata e nota come,
"architettura von Neumann"
che convise molti esperti della possibilità di creare una vera e propria “intelligenza artificiale”.
Durante la seconda guerra mondiale lo stesso Turing venne incaricato da Churchill di dirigere il centro sulla comunicazione cifrata di Bletchley Park, nel Buckinghamshire e di trovare un metodo per decifrare i messaggi codificati con la macchina crittografica nazista Enigma.
Il risultato di questo studio fù “Colossus”, il primo calcolatore britannico, impiegato per tentare tutte le possibili combinazioni di codici della macchina tedesca.
Colossus era costituito di 1500 valvole e pesava più di una tonnellata, non aveva memoria e non poteva essere programmato, ma riusciva nel suo intento di trattare 5000 caratteri al secondo e di decifrare 4000 messaggi al giorno. Ebbe un importante ruolo nel conflitto.
Proprio la decrittazione di messaggi codificati tramite Enigma costò alla marina italiana la perdita di tre incrociatori pesanti e due cacciatorpedinieri nella battaglia di Capo Matapan del 28 marzo 1941 da parte della marina inglese.
Nel 1944 Howard Aiken realizzava nei laboratori IBM presso l'università di Harvard, il calcolatore elettromeccanico “Harvard Mark” soprannominato “Bessie”. Pesava 5 tonnellate, aveva 800 chilometri di cavi, più di 3000 relé e fu il primo calcolatore a funzionare automaticamente con programmi registrati, ossia il software, e conseguenzialmente si ebbe la nascita del termine “bug” come definizione degli errori di programmazione.
Un curioso aneddoto vuole che il termine sia nato a causa di un guasto provocato da uno scarafaggio annidato tra i relé, che bloccava il funzionamento del'elaboratore Bessie.
Questo delicato strumento era usato dalla Marina militare degli Stati Uniti per gli studi di balistica e per la progettazione navale.
Il 16 febbraio 1946, al poligono di tiro del comando di artiglieria di Aberdeen, nel Meryland, grazie alla preziosa collaborazione di John von Neumann, entrerà in funzione ENIAC, acronimo di “Electronic Numerical Integrator and Calculator”. Questo fù il primo calcolatore della storia senza parti in movimento, assorbiva ben 174 Kilowatt e la sua produzione era costata 486000 dollari. Era capace di 300 moltiplicazioni al minuto e di calcolare una determinata traiettoria balistica in 30 secondi contro le quasi 20 ore necessarie ad un tecnico con una calcolatrice elettromeccanica, inoltre venne utilizzato per i calcoli delle previsioni metereologiche, per la progettazione di gallerie del vento e lo studio dei raggi cosmici.
Questa grande macchina rimase in funzione per nove anni fino a quando non fù più utilizzabile a causa delle enormi spese di manutenzione, infatti si guastava in media ogni cinque ore e mezza ed in un anno era in grado di bruciare quasi 20000 valvole. Durante la sua costruzione, lo statistico americano John W. Tykey coniò il termine “bit”, attraverso la contrazione delle parole inglesi “binary” e “digit”, ossia cifra binaria.
Venne progettato dal metereologo John Mauchly e dal giovane ingegnere Prespert Eckert che avevano conosciuto il lavoro e le idee di Atanasoff senza riconoscergli nulla. La Sperry Rand comprò i brevetti dell'ENIAC e dopo diversi anni chiese una royalty per ogni computer prodotto al mondo. La Honeywell nel 1967 sosterrà la nullità del brevetto e intenterà causa contro la Sperry Rand citando gli studi di Atanasoff come prova. Nel 1973 il giudice Earl L. Larson riconobbe Atanasoff come primo e unico ideatore del computer elettronico digitale. Fù un riconoscimento di paternità atteso per 34 anni, ma non un riconoscimento di brevetto e dei conseguenti diritti di sfruttamento economico con l'immensa ricchezza che ne sarebbe derivata.
Anni '40 e '50. La miniaturizzazione.
Il 23 dicembre 1947, i tre ricercatori americani Bardeen, Houser-Brattaine e Bradford-Shockley presentano il “transfer resistor” o “transistor”, che sostituì le fragili e costose valvole di vetro.
Il transistor aveva diversi vantaggi. Era quasi indistruttibile, consumava meno elettricità, funzionava immediatamente senza dover attendere il suo riscaldamento ed ed era grande alcuni millimetri, tanto che si inizierà a parlare di “miniaturizzazione”.
Stava per profilarsi quella che venne definita seconda generazione dei computer, concepiti come macchine piccole, con transistor e molto più potenti, inoltre assumeva sempre più importanza il concetto di “programma memorizzato”, ossia la registrazione all'interno della macchina delle istruzioni da eseguire insieme ai dati su cui lavorare.
Il calcolatore divenne così “elaboratore”, capace cioé di eseguire non solo operazioni aritmetiche velocemente, ma di prendere decisioni logiche previste da un programma creato dall'uomo, elaborando informazioni di qualsiasi tipo.
Fu tra il 1950 e il 1955 che gli elaboratori dell'epoca vennero dotati di “memorie” interne basate su valvole o tubi catodici che memorizzavano un solo bit e che avevano un tempo di vita di poche ore. Si decise quindi di puntare su memorie ausiliarie esterne, come nastri e dischi magnetici, in grado di essere introdotti in caso di necessità per poi essere rimossi e conservati altrove.
Nasceva così nel 1957 il primo mini-computer della storia prodotto dalla Digital Equipment Corporation (DEC), il PDP-1, che servì da trampolino per il primo fenomeno di massa, il PDP-8, venduto in 50 mila esemplari.
Nel 1957, l'ingegnere statunitense Jack St. Clair Kilby, della Texas Instruments, schiuse definitivamente l'era della miniaturizzazione con l'invenzione del “circuito integrato”, familiarmente conosciuto con il termine “chip”.
Per la prima volta potevano essere combinate le funzioni di bobine, transistor, diodi, condensatori e resistenze su di un'unica piastrina di dimensioni ridottissime. Ciò diede modo di costruire schede con centinaia di circuiti integrati che svolgevano le funzioni a cui precedentemente erano affidate a macchine grandi diversi metri cubi e pesanti tonnellate.
Inoltre con l'ausilio dei circuiti integrati, gli elaboratori vengono progettati per essere ampliati nel tempo tramite la semplice aggiunta di moduli. Questo permette di adeguare in ogni momento la macchina a qualsiasi tipo di applicazione.
Anni '60. La diffusione.
Gli studi teorici sugli elaboratori elettronici daranno vita ad una serie di prototipi che ben presto comincieranno ad interessare l'industria e le pubbliche amministrazioni.
Un primo censimento indica che al 31 dicembre 1959 sono operativi in Italia 43 elaboratori elettronici, usati per implementare la potenza di calcolo dei centri meccanografici, negli Stati Uniti se ne contano 25189.
Il primo computer della storia italiana era stato installato solo nell'ottobre 1955 al Politecnico di Milano dopo notevoli difficoltà di carattere finanziario superate grazie ai fondi del piano Marshall.
La National Cash Register, o NCR, fornì al costo di 120000 dollari il modello CRC101A che venne messo a disposizione di istituti e industrie, come la Edison per la costruzione di dighe, la Pirelli per la determinazione dei campi magnetici, la Aermacchi per i calcoli aereodinamici e poi Magneti Marelli, Innocenti, Siemens e molte altre imprese del tessuto industriale milanese.
Ma contemporaneamente alle innovazione elettroniche avvengono cambiamenti culturali e sociali che aumenteranno notevolmente la domanda di comunicazioni.
In quegli stessi anni, nel 1960, lo psicologo americano Joseph C.R. Licklider pubblica uno storico articolo dal titolo Man-Computer Symbiosis espone le sue idee sull'interazione tra la logica algoritmica dei computer e quella euristica umana auspicando la nascita di una rete che collegasse i vari “centri di pensiero”.
Nel 1964, dopo aver ricevuto incarico di progettare un sistema di comunicazione resistente ad un attacco nucleare, Paul Baran publicherà un articolo intitolato "Introduction to distribuited communications networks" in cui dimostrerà che solo una rete di comunicazione con un'architettura a maglie analoga alla rete stradale poteva rispondere all'esigenza postagli.
Questi lungimiranti articoli valsero l'assunzione dei due, in tempi diversi, alla “Adavanced Research Projects Agency”, il progetto ARPANET.
Esso era un sistema di interconnessione a “rete galattica distribuita”, che permetteva la comunicazione tra tutte le basi militari statunitensi senza vie preferenziali, attraverso la connessione multipunto di ogni base con tutte le altre.
Era l'embrione di ciò che oggi chiamiamo internet. Si verificheranno numerose introduzioni di standard ed innovazioni, come il protocollo universale TCP/IP e la posta elettronica, fino ad arrivare, il 15 marzo 1985, all'assegnazione del primo dominio internet, symbolics.com.
Nell'ottobre 1990, un giovane ricercatore del CERN di Ginevra, Tim Berners-Lee, scrive il primo browser grafico ed una volta approdato al Massachussetts Institute of Technology fonderà il World Wide Web Consortium (W3C) che consentirà la diffusione di standard aperti e il miglioramento dei protocolli esistenti su internet.
Saranno i passi determinanti che condurranno alla rete che conosciamo oggi.
Nel W3C sono state definite oltre 50 specifiche tecniche di vasta portata, come il protocollo HTTP, i locatori URL per le risorse sul Web, il linguaggio per documenti HTML ed il metalinguaggio XML. Berner-Lee ha dichiarato: ”Se avessi creato la Web Inc. avrei semplicemente dato vita ad un nuovo standard e la diffusione universale del WWW non si sarebbe mai verificata. [...]è necessario che tutto il sistema si basi su standard aperti, pubblici”. Il W3C brevetta queste specifiche secondo il modello royalty-free per impedirne l'appropriazione indebita da parte di altri.
Tim Berners-Lee, L'architettura del nuovo Web, Feltrinelli, 2001 - ISBN 88-07-46028-9.
Tornando agli anni '60 osserviamo che la spinta tecnologica permise agli elaboratori di uscire dall'ambito militare e della ricerca per essere utilizzata più comunemente dalle grandi e medie imprese che potevano così beneficiare dello sviluppo e dell'aumento di velocità.
Nel 1963 un gruppo di ricercatori dello Stanford Reserch Institute sviluppò per la prima volta un dispositivo di puntamento rapido del cursore sullo schermo che chiamò “mouse”, ma venne messo in produzione solo vent'anni dopo.
Nel 1964 la IBM introdusse il primo programma per l'ufficio, un elaboratore di testi o “word processor”, mentre l'anno successivo presentò il primo potente computer assemblato e modulabile che poteva essere espanso e potenziato nelle sue caratteristiche, il “Sistema/360”.
Sempre nel 1965, Olivetti presenta a New York il “Programma 101”, progettato da Pier Giorgio Perotto, il primo personal computer al mondo prodotto in serie che destava sensazione per le sue prestazioni elevate, le ridotte dimensioni e l'elegante estetica del disegnatore Mario Bellini.
Fù la prima macchina dotata di un programma registrato in memoria, di un supporto magnetico a floppy disks e di un sistema di programmazione semplice che ne consentiva la familiarizzazione in poche ore anche da parte di utenti non specialisti, inoltre aveva un costo di 3200$ contro i 25000$ di un DEC PDP-8.
Questo fù l'inizio del sogno informatico italiano, dove si sperava di costruire una industria ad alta tecnologia in grado di competere sul nascente mercato mondiale.
Anni '70. Lo sviluppo a scopo commerciale.
La supremazia tecnica statunitense ritornò a farsi sentire nel 1968 quando Robert N. Noyce, Gordon E. Moore e Andrew Grove diedero vita alla Intel, da Integrated Electronics, per la produzione di chip di memoria. Nel 2005 fattura 34,2 miliardi di dollari e conteggia 91000 dipendenti.
Gordon Moore è noto per un'osservazione empirica popolarmente denominata "Legge di Moore" che supponeva nel 1965, che il numero di transistor presenti in un processore sarebbe raddoppiato ogni 12 mesi. Negli anni ottanta i tempi vennero allungati a 24 mesi. In seguito, Moore integrò definitivamente la legge originaria formulandone, implicitamente, una seconda che indica che il costo di un impianto per la fabbricazione dei processori raddoppia ad ogni generazione. Numerose sono le interpretazioni e le implicazioni di queste leggi.
Fù proprio Intel che nel 1970 produsse la prima memoria e che tornerà alla ribalta un anno dopo, quando tre suoi ingegneri elettronici, l'italiano Federico Faggin e gli americani Marcian Edward Hoff jr. e Stanley Mazer, diedero vita al primo microprocessore.
Questo “supercircuito integrato” conteneva ben 2250 transistor in una piastrina di soli 4 per 3 millimetri. A causa della sua costituzione esso presentava rendimenti di scala precedentemente inimmaginabili che consentirono una enorme riduzione dei costi rispetto alle tecnologie precedenti. Sarebbe diventato il “cervello” di tutti i computer attuali.
Un anno dopo Faggin e Hoff jr. realizzavano il primo microprocessore da 8 bit ad uso universale deniminato “8008”, evolvendolo poi nella versione a 16 bit denominato “8086”, la cui architettura è rimasta funzionale fino agli anni '90.
Contemporaneamente anche altre imprese produttrici di circuiti integrati si diedero alla ricerca nel campo dei microprocessori, come la Motorola che realizzò il “6800”.
I computer erano ormai diventati delle macchine modulabili, personalizzabili per diverse esigenze e la cui vendita poteva essere accompagnata da diversi dispositivi ausiliari.
Al fine di gestire il coordinamento delle varie parti di un elaboratore, verranno creati dei programmi che hanno il solo scopo di far funzionare la macchina e di gestire eventuali moduli aggiuntivi, senza nessun altro compito specifico.
Nasceva così ad opera dei laboratori Bell e AT&T, nel 1965, dopo anni di studi, il primo sistema operativo della storia, denominato UNIX, che solo qualche anno dopo ebbe l'affidabilità e la robustezza necessaria a diventare una piattaforma standard.
A questo punto i computer mancavano solo della coservazione della memoria ad apparecchio spento. Ostacolo superato da IBM nel 1973 grazie all'introduzione dell'hard disk o disco rigido. Nel 1976 apparve anche il primo vero e proprio personal computer, l'Apple I°.
Progettato da Steve Jobs e Steve Wozniak in un garage di Cupertino, nel cuore della Silicon Valley in California, esso non veniva venduto completo, ma in scatole di montaggio, a causa della mancanza di fondi da parte dei due giovani per provvedere all'assemblaggio.
A questo punto esistono tutti i presupposti tecnici per lo sviluppo e la massificazione di macchine commerciali, come testimoniato dalla fondazione Micro-soft (per un anno la denominazione comprese il trattino) e di Apple rispettivamente nel 1975 e 1976.
Entrambe queste imprese devono la loro fortuna alle sperimentazioni fatte su computers da assemblare in casa, come l'”Altair 8800” della MITS, che ha fornito, appunto, ad una intera generazione di sperimentatori, la possibilità di manipolare e modificare i loro dispositivi, corredandoli con schemi elettrici e listati di programmi.
Rimarranno storiche le riunioni dell'Homebrew Computer Club, svolte nella Silicon Valley, in cui si scambiavano schemi elettrici e si discuteva di programmazione. Fra i frequentatori vi erano Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori di Apple, e i fondatori di Microsoft Paul Allen e Bill Gates, il quale, a proposito della diffusione del suo basic, scrisse una celebre lettera ai membri del club in cui attacca apertamente la copia non autorizzata con l'argomentazione che questa pratica scoraggierebbe i programmatori rendendo meno remunerativo il loro lavoro.
Inoltre nasceranno in questo periodo, tra le mani di studenti, semplici curiosi, radioamatori e club di appassionati che hanno come punto di riferimenti le riviste del fai-da-te elettronico, molti tra i primissimi personal computer come supporto all'apprendimenti del calcolo automatico e dell'elettronica digitale. Si trattava in genere di computer dalle prestazioni limitatissime, inutili per qualsiasi impiego pratico e didifficile utilizzo.
Il termine hacker nasce proprio in questo contesto, dove nella sua accezione originale era riferito a persone dotate di creativa curiosità in ambito tecnologico, mentre è attualmente usato in modo erroneo per definire un "pirata", ossia chi ha gusto o profitto nel violare le leggi sulla proprietà intellettuale.
Anni '80. Il personal computer.
Il 1981 è l'anno più determinante per la fisionomia dell'attuale mercato IT. La Xerox di Palo Alto in California introduce lo “Xerox Star”, il primo computer dotato di interfaccia grafica a finestre e icone guidate da un mouse e dotato di hard disk di serie.
Anticiperà di molto computer che sarebbero stati concepiti diversi anni dopo come l'Apple Lisa e Macintosh, il Commodore Amiga e lo stesso Microsoft Windows. Questa macchina introduce molti degli standard a cui siamo abituati, come i file di dati, la loro estensione e la loro associazione agli applicativi piuttosto che comandi divenuti usuali, quali “copia”, “incolla”, “apri”, “cancella”, “proprietà”.
Contemporaneamente, il 12 agosto 1981, IBM immetterà sul mercato il modello che rappresenterà il riferimento assoluto di progettazione e standardizzazione per l'informatica commerciale, il modello 5110, noto come PC-IBM, fornendo in corredo un software prodotto da un'altra impresa, il Microsoft DOS. Il successo di questa macchina non passerà inosservato dato che le industrie informatiche dei paesi in via di sviluppo asiatici, come Taiwan e Singapore, si misero subito al lavoro per clonare il PC-IBM.
Ciò fù possibile perché IBM forniva assieme ai PC anche gli schemi elettrici ed il listato del sistema operativo. Grazie a questa apertura, il progetto dell'impresa americana si imporrà come standard de facto in questo settore al punto tale che i computer verranno distinti in IBM compatibili o meno.
Per la prima volta nell'industria informatica si sente parlare di "open standard", ossia della possibilità di applicare specifiche costruttive e funzionali universali a disposizione di tutti i produttori senza il pagamento di alcuna royalty.
IBM si lancierà a capofitto in questa impresa impiegando ingenti investimenti per la ricerca e creado in pochi anni una struttura hardware e una software completamente separate, autonome ma complementari, sperando di ottenere supporto di sviluppo da parte di produttori terzi.
Per definire questa politica venne utilizzato il termine “unbundling”, ossia l'obbligo di vendita separata del software che precedentemente veniva tipicamente fornito insieme all'hardware . Questa politica di vendita era stata imposta ad IBM da un procedimento dell'antitrust statunitense del 1968, inoltre era già emersa la domanda di un'ampia gamma di prodotti standardizzati differenti necessari allo sviluppo di differenti industrie che la sola IBM non avrebbe potuto soddisfare.
Il risultato fù così ottenuto e IBM riuscì ad incoraggiare la nascita di un mercato del software indipendente rivolto all'utente finale. Nacque di conseguenza un settore dei servizi IT indipendente che comprende consultazione, implementazione, training, elaborazione dati e progettazione personalizzata.
Questa politica di separazione dei settori favorì una forte espansione dell'industria del software, come dimostrato dal fatto che case produttrici di programmi per elaboratore (o “software-house”) nacquero ovunque nel mondo favorite sempre più dal forte effetto di rete che si imponeva con la standardizzazione.
Fino ad allora i softwares erano stati considerati degli accessori delle macchine, ma da questo momento potevano godere di un mercato autonomo. Già nel 1982 era possibile acquistare un PC-IBM e scegliere tra uno dei tre sistemi operativi disponibili.
Ma l'accordo tra IBM e Microsoft aveva un'importante clausola.
La licenza Microsoft obbligava IBM e tutti i produttori di PC compatibili a pagare il costo per qualsiasi macchina prodotta, e non venduta. Ciò rendeva troppo oneroso utilizzare altri sistemi operativi, visto che si sarebbero dovuto pagare ulteriori licenze, inoltre forniva le basi per quello che sarebbe diventato un quasi-monopolio tra i sistemi operativi.
Questo meccanismo di “installazione forzata” verrà usato per altri prodotti Microsoft giustificandolo con la necessità di doversi tutelare da eventuali frodi da parte dei produttori.
Nell'agosto 1980 Gates firma un contratto di consulenza per la creazione di un sistema operativo da usare sui futuri PC-IBM ed ottiene dalla Seattle Computer Products di Tim Patterson, un accordo di licenza non esclusivo con possibilità di rivendita, per il Q-DOS (Quick and Dirty Operative System) alla cifra di 50.000 dollari, cui cambierà il nome in Microsoft Disk Operative System o MS-DOS. In seguito Gates acquisterà tutti i diritti sul Q-DOS per una spesa totale di 250.000 dollari.
Nel 1982, prendendo spunto dai succesi commerciali dell'Altair 8800, verranno introdotti gli home computer, ossia una nuova generazione di minicomputer che verranno proposti alla stregua di elettrodomestici.
Essi rappresenteranno il più importante passo verso l'alfabetizzazione informatica di massa fornendo le conoscenze che portano alla successiva diffusione del personal computer. Vedono quindi la luce il Commodore 64 e lo ZX Spectrum di Clive Sinclair, che i sono i modelli più venduti di tutti i tempi grazie al loro prezzo accessibile.
Nel 1984 la Apple produce il secondo passaggio evolutivo che porta agli attuali personal computer, il Macintosh, che ottenne un grande successo commerciale grazie al suo approccio di facile utilizzo. La sua interfaccia grafica usava per la prima volta metafore facili da comprendere, quali il “cestino”, la “scrivania”, le “finestre”, gli “appunti”, ecc. aprendo definitivamente l'uso del computer anche a persone con limitate conoscenze informatiche.
In seguito al successo tecnico e commerciale del Macintosh, molte di queste caratteristiche innovative furono mutuate dalla Microsoft nella creazione del proprio sistema operativo Windows, scatenando una lunga controversia legale.
Il 22 maggio 1990 verrà presentato con una videoconferenza la versione 3 del sistema operativo Windows. Nel 1992 vi sarà la fine del rapporto tra Microsoft e IBM finalizzato alla produzione di un sistema operativo grafico denominato OS/2.
L'11 aprile 1997, 14 milioni di computer sparsi in tutto il mondo vengono lasciati "orfani" da IBM, che in un comunicato annuncia la chiusura dei progetti di sviluppo del sistema operativo OS/2.
Nel 1987 IBM lancia una nuova linea denominata PS/2, dotati di un nuovo sistema operativo OS/2, frutto del lavoro congiunto dei tecnici Microsoft e IBM. Da questa alleanza sarebbe dovuto nascere il nuovo standard dei sistemi operativi e per lo sviluppo di OS/2 gli accordi non vincolanti prevedevano che Microsoft avrebbe messo da parte il suo Windows. Nel 1989 al Comdex di Las Vegas, il salone annuale dell'informatica statunitense, Gates annuncia di non appoggiare più il progetto OS/2 smentendo quanto detto poco prima da Cannavino, responsabile di IBM.
È la fine di un lungo decennio durante il quale Microsoft riesce a imporre i suoi prodotti software come standard di fatto e IBM si impone nel mondo dei personal computer, schiacciando Apple e tutte le piccole aziende come Atari, Commodore, Sinclair e Texas Instruments, fiorite grazie al lavoro appassionato dei primi “hackers” ed entrate molti anni prima di IBM nel settore dei personal computer, ma senza i mezzi finanziari e il senso degli affari che hanno caratterizzato l'azione di Microsoft e IBM durante anni di competizione in un mercato relativamente concorrenziale e di batteglie giudiziarie.
Un ultimo recente passaggio tecnico da evidenziare è quello che porta da uno status di libero utilizzo al cosiddetto “trusted computing”, una tecnologia nascente, derivata da specifiche del Trusted Computing Group (TCG), con l'obiettivo dichiarato di produrre computer più sicuri attraverso differenti vincoli nell'utilizzo e mediante l'uso di opportuni dispositivi hardware e software.
Questo è l'ultimo passo necessario a definire la fisionomia dell'attuale mercato IT, composto da una prima separazione tra hardware e software e da una seconda distinzione che riguarda prodotti e servizi.
Attualmente il mercato dell'utenza privata sembra saldamente nelle mani di Apple e Microsoft per i software di sistema e del duopolio Intel-AMD per i processori. Il mercato IT rivolto alle imprese la strategia che massimizza i profitti sembra essere quella delle "soluzioni integrate", ossia la fornitura di hardware e software mutuati da produttori terzi accessoriati da un settore di assistenza, consultazione, documentazione, training e mantenimento.
Il segnale più evidente di questo cambiamento è dato dall'abbandono da parte di IBM della fabbricazione di computer di qualsiasi tipo cedendo marchi e quote di mercato in cambio della fornitura esclusiva dei servizi.
Questa sembra essere la fisionomia dell'attuale mercato IT, la cui evoluzione non è certo arrivata al termine.